Da Dio al Mercato: 20. Il giusto prezzo è una zona
di Alessandro Freddi
(segue: 19. Paolo assemblò l’anima del Capitalismo)
Il velo era ancora lì. Il fuoco aveva divorato la cattedrale di Chartres nella notte tra il 10 e l’11 giugno del 1194, e all’alba i canonici, rimuovendo le macerie, trovarono intatta la reliquia più preziosa della città: la Sancta Camisia, la veste della Vergine, detta anche il suo velo, custodita in una cripta che le fiamme non avevano raggiunto. Fu letto come un segno. Il vescovo Renaud de Mouçon riunì il capitolo e annunciò che la Vergine stessa voleva una cattedrale nuova, più alta, più luminosa, più degna della reliquia che aveva scelto di salvare. I lavori cominciarono nel giro di pochi mesi e non si fermarono per una generazione.
Vale la pena misurare l’impresa. Una comunità che vive di sussistenza, che conosce la carestia e l’epidemia, che produce a stento il surplus necessario a riprodursi, dedica decenni di lavoro collettivo a un edificio che non nutre, non difende, non trasporta. Nessun calcolo di redditività potrebbe giustificarlo. Georges Bataille lo chiamava spesa improduttiva: l’eccedenza che una civiltà non riesce ad assorbire nella crescita e che restituisce al sacro.
Ma la stessa civiltà che costruisce Chartres, negli stessi decenni, costruisce anche altro. Nelle università di Parigi e di Bologna, nei conventi domenicani e francescani, prende forma un corpo di teologia di una precisione senza precedenti. E una parte di quel lavoro riguarda una domanda molto più terrena di quelle che si pongono i costruttori di cattedrali: che posto spetta, in un mondo che vive in debito con Dio, a chi compra e vende per guadagnare?
Il debitore dalla nascita
Per capire che cosa la teologia chiedeva a quest’uomo bisogna tornare indietro, ad Agostino. Le Confessioni si aprono con una formula che è insieme una condanna e una promessa: «ci hai creati per te e inquieto è il nostro cuore fintantoché non trovi riposo in te» (Conf. I, 1). L’inquietudine non è uno stato passeggero, che la saggezza o il rito possano guarire. È la condizione strutturale dell’esistenza umana: l’uomo è fatto per un fine che non può raggiungere con le proprie forze.
Nello stesso libro c’è una scena strana per un testo che parla di Dio: un bambino che non sa ancora parlare guarda il fratello di latte con gelosia. Non ha scelto nulla, non ha fatto nulla. Eppure Agostino non lo assolve: «Innocente è dunque la fragilità delle membra infantili, non l’animo dei bambini» (Conf. I, 7).
Il peccato, qui, non è un atto che si compie. È uno stato in cui si nasce. L’uomo non pecca e poi si ritrova in debito: nasce debitore. Non è un errore da correggere, né una legge da rispettare, né un debito da saldare con un’offerta. È una frattura nella natura stessa della volontà, e nessun gesto umano può ripararla.
Il suo avversario è Pelagio, un monaco bretone convinto che l’uomo nasca innocente e che la volontà possa scegliere il bene con le proprie forze. Era una posizione ragionevole, perfino ottimista. Elaine Pagels ha mostrato che i sinodi africani del 416 vi vedevano una minaccia all’autorità dei vescovi: se gli uomini possono salvarsi da soli, l’istituzione ecclesiastica perde la sua funzione di mediatrice tra il debitore e il creditore cosmico.
Nemmeno il battesimo chiude il conto. Lava la colpa originale, ma non restituisce alla volontà la sua libertà: la concupiscenza resta, come una ferita aperta nell’anima battezzata. Chi esce dal fonte non è un uomo guarito. È un uomo perdonato che rimane malato. Ogni giorno, ogni scelta, ogni tentazione riapre la ferita. Il debito con Dio non si azzera nel corso della vita; si azzererà soltanto alla fine dei tempi, nel giudizio.
Tollerato, non giustificato
Un debitore così non può contare sulla storia. Agostino lo spiega nella Città di Dio: esistono due città, quella di Dio e quella terrena, ma non sono separate nello spazio né successive nel tempo. Convivono, mescolate, finché dura la storia. E la città terrena, scrive nell’apertura dell’opera, «quando tende a dominare, è dominata dalla passione del dominare anche se i cittadini sono soggetti». La libido dominandi, la passione del potere, non è un vizio che le istituzioni possano estirpare: è il motore di ogni organizzazione umana.
Non c’è dunque redenzione collettiva nella storia. C’è l’attesa individuale della grazia e, nell’attesa, la vita nel mondo. E la vita nel mondo comprende il commercio. L’uomo può commerciare, possedere, accumulare, purché non metta i beni terreni davanti a quelli celesti. Agostino non santifica la vita economica: la tollera. Non spiega perché sia lecita; semplicemente non la esclude.
È la lettura di Agostino che guida questo articolo: un debito permanente, una salvezza affidata alla grazia e non alle opere, conti che si chiudono soltanto alla fine dei tempi. La tesi che si mette alla prova è che una simile cosmologia, tollerando la vita economica, favorisca un tipo umano preciso: qualcuno che lavora e accumula in questo mondo sapendo che tutto è provvisorio, che il vero conto sarà regolato altrove, che nessun successo economico estingue il suo debito. È un profilo che il borghese medievale, e poi il capitalista, avrebbero trovato già disegnato: condizione necessaria, non sufficiente, perché a farne un comportamento economico lavoreranno poi istituzioni, diritto e moneta.
La zona di Tommaso
Tra la morte di Agostino, nel 430, e la nascita di Tommaso d’Aquino, nel 1225, passano quasi ottocento anni. Non sono un vuoto. La teologia agostiniana si deposita nelle regole monastiche, nei commenti dei Padri, nelle dispute dei concili, nella liturgia che scandisce la vita delle comunità. Quando Tommaso comincia a scrivere la Summa Theologiae, intorno al 1265, il debito permanente è già nell’aria che si respira in tutta l’Europa cristiana. La sua sintesi darà alla teologia medievale la forma più matura. Quello che ancora manca è una giustificazione razionale e sistematica di ciò che Agostino aveva solo tollerato.
Tommaso la costruisce con un materiale che Agostino non aveva avuto a disposizione nella stessa forma: Aristotele. I suoi testi tornavano in Occidente attraverso le traduzioni arabe, e per alcuni teologi erano una minaccia: un sistema filosofico completo e coerente, e non cristiano. Per Tommaso erano un’occasione. Dimostrare che la ragione naturale di Aristotele e la rivelazione cristiana non si contraddicono ma si completano è il progetto che verrà chiamato il «battesimo di Aristotele».
Da Aristotele Tommaso eredita anche una distinzione che interessa da vicino il mercante. Da una parte l’oikonomia, la gestione della casa e della comunità in vista del bene comune. Dall’altra la crematistica, l’accumulazione di ricchezza fine a se stessa, che Aristotele condannava come contraria alla natura. Da qui ci si aspetterebbe una condanna del commercio.
La risposta sorprende. La Summa dedica una questione intera alla compravendita, la II-II, q. 77. Vendere una cosa a più di quanto vale è ingiusto, scrive Tommaso. Ma quanto vale una cosa? «Il giusto prezzo delle cose non è fissato con precisione matematica, ma dipende da una certa stima, così che una leggera aggiunta o sottrazione non sembrerebbe distruggere l’eguaglianza della giustizia» (S.Th. II-II, q. 77, a. 1).
Il giusto prezzo non è un punto. È una zona. E dentro quella zona il mercante può operare.
L’articolo 4 della stessa questione va oltre, e dice qualcosa di più severo. Il commercio, considerato in sé, ha per Tommaso qualcosa di sconveniente: la sua natura non implica un fine onesto o necessario, e asseconda una cupidigia di guadagno che non conosce limiti. Diventa lecito quando il guadagno viene ordinato a un fine: il sostentamento della famiglia, il soccorso dei poveri, l’utilità pubblica. Il mercante che fa così, scrive Noonan commentando la tradizione scolastica, «non cerca il guadagno come fine, ma come salario del suo lavoro». Perfino chi rivende senza fare commercio può guadagnare lecitamente, se ha migliorato la cosa, se i prezzi cambiano da un luogo o da un tempo all’altro, se ha corso il rischio del trasporto.
Non è ancora un elogio del commercio. È una tolleranza cauta, ma ormai strutturata: ha delle condizioni, e le condizioni sono argomenti.
Il confine
La questione successiva, la 78, sembra smentire tutto. Si intitola De usura e condanna senza appello l’interesse sul denaro prestato. Prestare a usura è «ingiusto in sé, perché è vendere qualcosa che non esiste» (S.Th. II-II, q. 78, a. 1). Il ragionamento è aristotelico fino in fondo. Il denaro si consuma nell’uso: vendere l’uso separatamente dal capitale significa vendere due volte la stessa cosa. E il denaro è sterile per natura, non può generare altro denaro.
Eppure è proprio in questa condanna che si apre la porta. Una condanna assoluta traccia un confine. Al di qua restano il commercio, il profitto moderato, il compenso del rischio, e la loro liceità si deciderà caso per caso, con i criteri positivi che Tommaso ha già fissato. Chi costruisce una recinzione per tenere fuori una cosa dice anche quanto spazio lascia dentro. Noonan ha mostrato come l’intera casistica dei due secoli seguenti nasca da qui: da teologi che cercano di capire che cosa rimanga al di qua di ciò che Tommaso ha condannato.
Jacques Le Goff ha mostrato che il Purgatorio, nato alla fine del XII secolo, aprì la speranza della salvezza perfino all’usuraio, il peccatore che Tommaso condanna senza appello. «Un usuraio in purgatorio non fa il Capitalismo», avverte; ma quella speranza, aggiunge, permise all’usuraio di far avanzare l’economia del Duecento nella sua direzione.
Agostino aveva tollerato la vita economica senza giustificarla. Tommaso comincia a giustificarla, e così costruisce la struttura entro cui i secoli successivi percorreranno la strada dalla tolleranza alla legittimazione piena.
La stessa civiltà
Chartres è ancora in piedi. La Summa è ancora lì, in un altro modo. Le ha prodotte la stessa civiltà. Con la prima spese senza fare i conti, per una Vergine che glielo chiedeva; con la seconda stabilì fino a dove i conti si possono fare. La prima ci ha lasciato una cattedrale. La seconda un confine. Il Capitalismo avrebbe ereditato quel confine, e ne avrebbe dimenticato lo scopo: tenere sotto controllo il commercio.
(segue)
Fonti
Agostino di Ippona, Le Confessioni, Einaudi, Torino 1984 [ed. or. Confessiones, 397-401 d.C.].
Agostino di Ippona, La città di Dio, UTET, Torino 1997 [ed. or. De civitate Dei, 413-426 d.C.].
Bataille, Georges, La parte maledetta, Bollati Boringhieri, Torino 2003 [ed. or. La Part maudite, 1949].
Le Goff, Jacques, La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere, Laterza, Roma-Bari 1987 [ed. or. La Bourse et la vie, 1986].
Noonan, John T. Jr., The Scholastic Analysis of Usury, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1957.
Pagels, Elaine, Adamo, Eva e il serpente, Einaudi, Torino 1990 [ed. or. Adam, Eve, and the Serpent, 1988].
Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2014 [ed. or. 1265-1274].
Da Dio al Mercato
Sinossi
Da Dio al Mercato non sostiene che il Capitalismo abbia preso in prestito il linguaggio religioso. Sostiene l’opposto: che il Capitalismo è una religione che ha adottato il linguaggio economico — una struttura teologica secolarizzata, radicata nella cosmologia cristiana medievale. L’argomento segue il frammento di Walter Benjamin del 1921, Kapitalismus als Religion, letto insieme alla teologia politica di Carl Schmitt e al lavoro di Giorgio Agamben intitolato Il Regno e la Gloria: Per una genealogia teologica dell’economia e del governo (2007).
La teologia cristiana ha ereditato l’idea di un debito universale e ne ha promesso l’azzeramento, il Giubileo, alla fine dei tempi. Il Capitalismo mantiene il debito, ma ne rinvia l’azzeramento all’infinito. Quel rinvio è la condizione cosmologica che rende possibile l’accumulazione indefinita: non un sistema guasto, ma un sistema che funziona esattamente come previsto.
La serie procede dalla mitologia omerica alla Singolarità tecnologica, pubblicata in forma seriale, un saggio alla volta. Capitalismo e Mercato compaiono sempre in maiuscolo in quanto scelta teorica: in questo argomento, stanno accanto a Dio come nomi dello stesso ordine di cose.
Indice articoli pubblicati
- 1. Il tempo di Dio
- 2. La parola libertà
- 3. Achille, kleos e Capitalismo
- 4. Il banchetto e il contratto
- 5. I tre ordini del mondo
- 6. La parte maledetta
- 7. La casa degli schiavi
- 8. L’obolo di Caronte
- 9. Quando “economia” significava un’altra cosa
- 10. Due eredità, un solo Capitalismo
- 11. Il tempio dove Roma scambiava le sue quote
- 12. La strada che portava soldi
- 13. Il prezzo del leone
- 14. L’uomo che cancellò i debiti una sola volta
- 15. Un contribuente, non un’anima
- 16. Gli Stoici inventarono l’umanità
- 17. Non vinse perché era vero
- 18. Non c’è più giudeo né greco
- 19. Paolo assemblò l’anima del Capitalismo
- 20. Il giusto prezzo è una zona




